La storia delle Saline di Priolo (anticamente note come Saline Magnisi dal nome della penisola attigua) è la storia di un bacino poco profondo, comunicante con il mare, che deve la sua fortuna alle favorevoli condizioni climatiche del luogo in cui giace. E’ grazie alla poca piovosità ed al persistente soleggiamento dell’area che si formò questa zona di circa 80 ha produttrice di sale sin dall’epoca della fioritura delle colonie greche. Condicio sine qua non per i floridi commerci del sale è il connubio con le tonnare, dove il sale è necessario alla conservazione del tonno. E’ quasi inutile ricordare la vicinanza delle Saline Magnisi alla Tonnara di Santa Panagia, prossimità di lapalissiano beneficio per la produzione delle saline. L’attività di produzione del sale è documentata già dal 1200, periodo in cui il prodotto era una delle merci più esportate soprattutto per la conservazione dei cibi. A far da sfondo ai floridi commerci delle saline è il susseguirsi di varie dominazioni che ne hanno determinato il destino. Nella seconda metà del cinquecento, le saline sono possesso definitivo dei Moncada: in quegli anni le vicissitudini e i traffici commerciali seguirono le peripezie della famiglia spagnola. Principalmente ci fu un aumento produttivo determinato dall’ampia domanda estera e dal conseguente insediamento di nuove tonnare e, sul finire del cinquecento, la crisi che colpì i baroni si tradusse nell’affidamento dei loro beni (saline comprese) alla Deputazione degli Stati col compito di provvedere all’estinzione dei debiti. Nel seicento la guerra dei trent’anni arrecò svariati danni alla produzione saliniera e anche le esportazioni si ridussero. A far rifiorire i commerci saranno i positivi sviluppi economici nel settore della pesca locale, che costituivano anche un apporto determinante per l’economia del circondario. Ma sembra che la sorte riservi una ricchezza altalenante alle saline, la cui produzione è nuovamente danneggiata dalla rivolta di Messina del 1674. L’impasse produttivo sarebbe stato facilmente superato se non fosse sopravvenuto il sisma del 1693 che causò “distruzioni apocalittiche”, come testimoniarono i superstiti. Sebbene la ricostruzione fu celere e collettiva, nel frattempo i melillesi dovettero venir meno ai loro usuali impegni commerciali e si trovarono in ristrette possibilità economiche. Appena ripresi i traffici mercantili la situazione ancora instabile fu aggravata dalla guerra di successione seguita alla morte di Carlo II. Dal 1720 Carlo VI, imperatore d’Austria, si assicura il dominio sull’isola siciliana e inizia un’opera volta alla riqualifica del commercio, inserendo i porti siciliani tra le più importanti rotte commerciali e consolidando gli scambi con Trieste. Nel 1734, con il passaggio della Sicilia sotto il dominio dei Borboni, inizia una fase di sviluppo commerciale che vede l’isola protagonista di un intenso scambio con i porti dell’Adriatico e con i paesi del nord Europa, consumatori di un’elevata quantità di sale per la conservazione del merluzzo. Palese segno di tale agognata ripresa commerciale è l’ascesa della produzione saliniera, testimoniata dagli scritti dello storico Landolina: “ le saline che avanzano ogni giorno fanno crescere il commercio del sale”. Alle soglie dell’ottocento il commercio del sale con i mercati europei si interrompe a causa del blocco continentale imposto dai francesi. Tuttavia aumentarono gli scambi commerciali con l’Inghilterra, che già aveva invaso i mercati dell’isola con i suoi prodotti. La Sicilia si avvia ad una rapida ascesa commerciale che le concede una prosperità prima di allora sconosciuta. Con il rientro della famiglia reale a Napoli riprende il commercio con l’estero che rende possibile la nascita di una ricca classe di mercanti e imprenditori. Dal 1860 l’esportazione fu in crescita e, per tutto il novecento, grazie anche alla nascita della stazione ferroviaria che ne facilitava lo smercio, essa progredì raggiungendo un livello che si ripresenterà solo nella seconda metà del novecento. Sebbene il ventesimo secolo sembri il periodo più produttivo in assoluto per l’industria produttrice di sale, dopo gli anni sessanta si presenterà una crisi inconvertibile che persisterà sino al processo di industrializzazione dell’area e al conseguente abbandono delle saline. Nella seconda metà del novecento le saline Magnisi diverranno di proprietà del paese di Priolo e rappresenteranno per la popolazione locale una notevole fonte occupazionale. Sono gli anni del fervente sviluppo industriale: in primis l’industrializzazione non arrecherà alcun danno alla vigorosa produzione di sale e unico segno della sua presenza nell’area sarà l’oleodotto, costruito nel 1956, che attraversa la penisola Magnisi. Purtroppo già all’alba degli anni settanta del novecento la superficie occupata dalle saline comincia a ridursi a causa dell’installazione degli impianti Enel e del depuratore consortile. Sarà soltanto grazie ad un interesse nei confronti della conservazione delle zone umide, i cui segnali sono rintracciabili alle soglie degli anni ottanta, che la zona sarà considerata meritevole di attenzione e destinata ad una progettazione a verde e ad uso pubblico. L’idea di una “oasi fra le ciminiere” dovrà però attendere parecchi anni prima di divenire realtà. E’ la LIPU che nel 1985 chiede alla Regione Siciliana l’inserimento dell’area delle saline tra le riserve naturali da prevedersi nel Piano Regionale dei Parchi e delle Riserve. Con l’approvazione del piano si compie solo il primo passo per l’istituzione della riserva, opera che dovrà attendere ancora a lungo e che verrà effettuata nel dicembre del 2000. E’ grazie alla nascita di una nuova politica di rispetto ambientale che l’area un tempo destinata alla produzione del sale riuscirà a non essere occultata da grandi mostri industriali che avrebbero causato il deterioramento di un territorio oggi sede di un grande gioiello naturalistico.
Tratto da “Iancu è ‘u sale…” di Annalena Lippi Guidi. |